L’obsolescenza programmata esiste, forse, nelle logiche industriali ma di sicuro la subiamo a livello psicologico

di Sergio Ferraris*

I mercati cercano il valore, come gli utenti. Il problema è che si tratta di tipologie di valore diverse e contrapposte. Per i mercati il valore è quello economico mentre gli utenti di un bene, puntano a massimizzare la spesa con il valore d’uso. L’utilizzo nel tempo. Ai primordi dell’era industriale la dialettica tra produttore e consumatore era: il primo forniva un bene durevole nel tempo in cambio del valore. Il meccanismo s’inceppò con l’industrializzazione di massa che saturò all’inizio del ‘900 i mercati, più ricchi e interessanti per l’economia. In alcuni settori, all’epoca, s’arrivò a quello che gli economisti chiamano mercato di saturazione, nel quale l’offerta di un bene è maggiore della domanda. Cosa che porta all’appiattimento della curva della crescita economica. 

Ecco allora apparire il mercato di sostituzione, nel quale non si acquista un bene perché utile oppure perché in precedenza non lo si possedeva, ma per sostituirlo a uno analogo. Chiaro quindi che in questo quadro la sostituzione vada stimolata. Nei primi anni del ‘900 le aziende verificarono la saturazione del mercato di alcuni prodotti come per esempio le lampadine che nel giro di pochi decenni erano entrate in tutte le abitazioni del mondo occidentale. Nel 1924 le imprese che producevano lampadine crearono il Cartello Phobos che, se da un lato standardizzò attacchi, potenza e luminosità delle stesse, fissò anche la durata ideale, per le imprese, delle lampadine: 1.000 ore. Meno della metà della durata alla quale si poteva arrivare all’epoca: 2.500 ore.

Successivamente emersero altri casi come quello della Dupont che fece svolgere ricerche ai propri ricercatori affinchè il nylon, la fibra da loro inventata, fosse indebolita, visto che l’eccessiva durata danneggiava il mercato. E alcuni all’epoca teorizzarono che l’obsolescenza programmata fosse imposta per legge. Per uscire dalla crisi del ’29. 

Oggi il dibattito sull’obsolescenza programmata è diverso e verte su due punti cardine. Il primo è quello della salvaguardia delle risorse, materia ed energia in primis, mentre il secondo, che è un poco più sottotraccia e controverso e riguarda il versante economico della questione. Il dogma del Pil, come crescita esponenziale, infatti, nonostante sia in discussione da mezzo secolo, è tuttora un caposaldo sia dell’economia sia della politica. E le poche crepe che si notano nei consessi internazionali sono solo dei segnali. Il Presidente francese, Emmanuel Macron, per esempio, il 24 febbraio 2018, a Davos, ha lanciato alcune timide critiche verso la globalizzazione e la crescita che puntano solo verso gli sbilanciamenti della redistribuzione del reddito e la sua polarizzazione verso i ceti più abbienti. E Macron è il Presidente della Francia, una nazione che possiede una legge sull’obsolescenza programmata e un ministero per la Transizione Ecologica e Solidale, il quale ha finanziato nel 2017 all’Unep – il programma ambiente delle Nazioni Unite – uno studio, “The long view” sull’estensione del ciclo di vita dei prodotti. 

E l’approccio di questa ricerca circa il ciclo di vita degli oggetti parte anche e soprattutto da una visione a 360 gradi, nella quale si tenta anche di fare il punto sull’obsolescenza energetica. Ossia quando sia il caso di cambiare un oggetto perché ne sono stati introdotti di più efficienti sotto al profilo dei consumi d’energia. Le categorie analizzate sono lavatrici, frigoriferi, televisioni, smartphone, computer, vestiti e aspirapolveri. Ebbene lavatrici e frigoriferi sotto al profilo energetico devono essere usati per almeno dieci anni prima che possano essere rimpiazzati con modelli più efficienti, mentre le televisioni vanno indietro. Oggi ha senso tenere quelle vecchie a Led, visto che quelle nuove 4K sono energeticamente meno efficienti. Tutti gli altri prodotti analizzati, invece, sono rimpiazzati per altri motivi, prima del “pareggio energetico”. E qui si apre la voragine dell’obsolescenza programmata psicologica. Ossia di quando si viene convinti che un oggetto non possa più soddisfare le proprie esigenze che spesso sono indotte. Ma si tratta di una questione difficile da definire in maniera scientifica. Il comitato Economico e Sociale Europeo, per esempio, che ha sposato da tempo la battaglia contro l’obsolescenza programmata ha trovato solo dei casi isolati nei quali si può parlare di “modelli di consumo accelerato” ben definiti. Una recente ricerca (Troeger, Hübner e Wieser, 2017) ha tentato di approcciare il fenomeno sotto al profilo sociologico analizzando, attraverso l’osservazione dei consumi degli smartphone in Austria, come l’accelerazione della società influisca sui comportamenti di consumo, orientandoli dai tempi legati al ciclo di vita, a quelli dell’utilizzo, analizzando il tempo trascorso tra il primo utilizzo e l’ultimo di un oggetto. 

In precedenza uno studio empirico (Cooper, 2004) aveva dimostrato come il 30% degli oggetti eliminati sia funzionante, percentuale che sale al 60% per quelli elettronici. Si tratta di una problematica che ha una complessità d’analisi non banale. 

Sotto al profilo della resistenza fisica degli oggetti è complesso, infatti, determinare se la durata inferiore di quelli più recenti sia dovuta all’obsolescenza programmata o alla progettazione computerizzata che consente di dosare in maniera “nanometrica” le quantità dei materiali, mentre in precedenza si ragionava per “ridondanza”. C’è quindi volontà d’obsolescenza, oppure efficienza industriale – e anche ambientale – nel risparmio delle quantità di materiali? Un caso è quello delle auto. La maggiore efficienza dei veicoli è dovuta, in gran parte, a un alleggerimento complessivo che ha ridotto consumi ed inquinamento, ma ha ridotto la resistenza all’usura, mentre saldatura e verniciatura robotizzate delle scocche, unite a un grande utilizzo delle plastiche, hanno reso la ruggine un lontano ricordo. 

Ma torniamo agli smartphone austriaci. Dall’analisi emerge che il tempo medio d’utilizzo degli smartphone è di 2,7 anni, poco di più di una tshirt, 2,5 e dei sandali 2,2. Stampanti e computer stanno a 4 e 4,1 anni, la fotocamera a 5,3 e l’automobile a 7,5 anni, mentre l’oggetto più longevo è il piano cottura con 10,8 anni. Per quanto riguarda i motivi dell’abbandono dello smartphone il 31% degli intervistati adduce problemi tecnici che però sono reali solo nel 10% dei casi, per gli altri si tratta di decadimento funzionale, come quello legato alla memoria esaurita che non impedirebbe l’utilizzo. E di questo 10% residuo il 4% è dovuto alla batteria difettosa che sempre più spesso non si può cambiare. E solo un utente su tre prova a riparare il telefono. «Abbiamo scelto la prospettiva dei consumatori intervistando le famiglie e somministrando un questionario a un migliaio di persone. – ci dice Harald Wieser, dell’Università di Manchester, che ha partecipato alla ricerca – Così abbiamo scoperto che la durata non è un grande problema per i consumatori e che sono molti i telefoni che sono sostituiti prima che si rompano». Il problema dell’obsolescenza a questo punto non si sa se programmata o desiderata dai consumatori, quindi, si fa più complesso, visto che diventa anche una questione sociologica e soprattutto psicologica. 

L’obsolescenza dal punto di vista “tecnologico”

E passiamo all’aspetto tecnologico. Una ricerca per la messa a punto di una metodologia utile al fine di misurare la durata delle lavatrici è stata realizzata da un gruppo di ricercatori europei (Stamminger, Tecchio, Aedente, Matheiux, Niestrath, 2017). «Abbiamo realizzato questa ricerca per cercare degli indizi circa il fatto che i costruttori programmino intenzionalmente la rottura dei prodotti dopo un certo numero di anni. – ci dice Rainer Stamminger, ricercatore dell’Università di Bonn – La risposta è: si e no. 

Si perché ogni produttore durante la progettazione di un prodotto usa dei requisiti circa la durata e la resistenza allo stress. Si tratta di una pratica di progettazione, comune e consolidata, perché non si può iniziare nulla senza definire ciò». E se da un lato c’è questa consapevolezza circa la conoscenza sotto al profilo della progettazione sul versante dell’inchiesta circa l’obsolescenza programmata Stamminger è chiaro: «Non abbiamo trovato alcuna prova circa il fatto che un prodotto sia deliberatamente progettato per rompersi, ma ciò che abbiamo riscontrato è il fatto che ci possono essere degli errori di progettazione, che però potrebbero esempi di un cattivo design». E a questo proposito Stamminger cita il noto esempio della lampadina della durata di 1.000 ore. «Non è un segreto il fatto che usando un filamento più spesso si ottengono più ore di funzionamento. – conclude Stamminger – Ma usando un filamento più spesso serve più corrente elettrica per ottenere lo stesso calore e la stessa quantità di luce. Quindi è necessario arrivare a un compromesso tra durata e consumo. Gli ingegneri devono tenere conto delle condizioni di contorno, in questo caso il consumo energetico, durante la progettazione». E se non ci sono certezze su questo fronte i ricercatori hanno notato che a fronte di una vita media, dichiarata dai costruttori, delle lavatrici di 12 anni, molte di quelle presenti sul mercato durano meno di cinque anni. 

Appare chiaro, quindi, che nonostante alcuni esempi plateali d’obsolescenza programmata come le lampadine negli anni venti, il nylon e le cartucce delle stampanti più recentemente, poter affermarne che esista un disegno sistemico per l’obsolescenza programmata è, sotto al profilo scientifico, una questione ancora dubbia. Ci sono però degli indizi. 

In primo luogo i progettisti hanno delle conoscenze sui materiali e della possibilità predittive, dovute all’enorme potenza di calcolo, che li mettono in grado di programmare la durata degli oggetti (Kreiss, 2014). Poi bisogna considerare le dinamiche di mercato. L’abbassamento della qualità dei materiali offre un vantaggio immediato sul prezzo e sui costi di produzione, mentre la durata da un vantaggio competitivo di brand sul lungo periodo. È chiaro che in un mercato competitivo, e di breve orizzonte, le aziende si adeguino al ribasso, quindi diminuzione della durata degli oggetti. E in questa maniera, oltretutto, si inserisce nel consumatore il concetto di durata media di un oggetto che è minima e decisa dalle aziende. Tradotto: tutte le lampadine durano 1.000 ore, tutte le calze si rompono, tutte le cartucce delle stampanti si esauriscono esattamente alla millesima copia e tutte le auto durano 150 mila km. In questa maniera si riducono i rischi d’immagine che un brand diventi sinonimo di bassa qualità (Reischauser, 2011). E il consumatore è impossibilitato a fare scelte consapevoli su tutto ciò, visto che le informazioni sulla vita media, sulla riparabilità, su disponibilità e prezzo dei ricambi nel tempo e sui costi per utilizzo, le aziende li possiedono ma non le rendono disponibili.

*direttore di QualEnergia

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