Da un nido di pettirosso all’edilizia a impatto zero: zero uso di materie prime, zero petrolio, zero sfruttamento di suolo, di acqua e di gas, zero anidride carbonica, pesticidi e tanti altri zeri.

Tanto nuova che il Presidente Mattarella l’ha nominata Cavaliera della Repubblica e “Campionessa mondiale d’innovazione, orgoglio della nostra Italia migliore”. Elencare riconoscimenti nazionali e internazionali collezionati dalla Ducato è impossibile: l’ultimo è il Most influent innovative woman 2018 assegnato da Fortune, la rivista economica del Time.

Dall’osservazione di nidi a essere tra le donne innovative più influenti al mondo. Dove sta il segreto?

Le osservazioni non appartengono solo a me. La mia forza è la forza di un gruppo di lavoro, diventato una vera filiera d’industrie, la Edizero. Sono sguardi collettivi che diventano un’idea di progetto, poi un processo industriale e infine prodotti. Sono la portavoce di realtà impegnate nel non sprecare risorse ambientali, economiche e intelligenze. Senza questa collaborazione non ci sarebbe nulla.

Citando Moretti “Le parole sono importanti”, Lei rifiuta il termine “scarto” e preferisce “dono”, il termine “imprenditrice” per “contadina dell’edilizia”. Chiamare le cose con il proprio nome aiuta la sostenibilità ambientale?

Aggiungo “Le parole non le portano le cicogne” di Roberto Vecchioni. Le parole scolpiscono il nostro immaginario. È importante restituirgli il loro significato, usare quelle a noi vicine o di nuove. “Eccedenza” è una parola oggi riutilizzata e la Edizero ha contribuito alla sua riscoperta con la sua etimologia di “dono” e “surplus di dono”. Se vediamo le cose come abbondanza e non come problema troviamo significati che portano all’esecuzione di progetti innovativi. Le parole influenzano il nostro inconscio: a “scarto” abbiamo dato una connotazione negativa. Lo mettiamo nella parte del cervello della “rifiuteria” dell’anima. Se lo spostiamo in un cassetto diverso sprigiona idee nuove. Maggior ragione se questo passaggio si fa in squadra con, la multidisciplinarietà e la multiculturalità.

Si abusa spesso di termini quali “riciclo”, “di origine naturale” e così via. È più una questione di confusione o malafede?

C’è un po’ di tutto, come un bazar: trovi la patacca ma anche la pietra preziosa. Abbiamo una confusione che aiuta a non fare chiarezza e induce il consumatore all’errore del greenwashing. Le associazioni ambientaliste e gli organi d’informazione non hanno delle regole. Un prodotto che riporta la dicitura “da agricoltura sostenibile” non vuol dire nulla perché non è una certificazione formale. Non è un prodotto biologico e le persone non ne riconoscono la differenza e lo comprano convinti sia biologico. Altro abuso è “naturale” ma anche il petrolio lo è. Corretto sarebbe usare “biodegradabile”. Un’altra parola che crea confusione è “riciclo”. Per riciclare l’alluminio, il vetro, la carta serve meno energia e si recuperano materie. Termine corretto. Ma se abbino la parola “riciclo” a prodotti petrolchimici la parola non è più corretta perché non parla di evoluzione ma di transizione: il petrolio è il vecchio. Su uno speciale di Report, una cantante è stata accusata di indossare una pelliccia, si è giustificata perché ecologica. Sono migliaia di fibre di plastica, indosso petrolio, uccido animali indirettamente, causo problemi ambientali e a fine vita quell’oggetto continuerà a creare problemi. Quando riciclo materiale petrolchimico utilizzo altro petrolio e tanta acqua e alla fine il costo ambientale supera il costo della materia prima. Continuando a legittimare il consumo di petrolio non se ne esce. Aggiungo che con “biodegradabile” ancora non siamo a posto. Un prodotto per l’edilizia o per altro settore non deve sottrarre suolo, non deve provenire da coltivazioni in competizione con il cibo o con l’abbigliamento, necessari per la sopravvivenza. Lo possiamo ottenere dalle eccedenze degli altri settori. Ci dobbiamo chiedere se le materie prime biodegradabili hanno tolto spazio a qualcuno o a qualcosa, al cibo o all’acqua. Hanno tolto dignità a qualcuno? Le persone, i luoghi, le storie, i corpi che generano merci devono rientrare nella filiera, come nella tracciabilità del settore del cibo. Negli altri settori questo sembra non essere importante. Invece è fondamentale e prioritario. Ecco dove le parole sono importanti. L’evoluzione del linguaggio green è auspicabile. Di comunicazione ce n’è tanta ma bisogna che si evolva dal punto di vista della qualità e chi comunica deve fare molta attenzione a smascherare il greenwashing.

La priorità della politica oggi è sbloccare cantieri, far ripartire l’edilizia ma non la bioedilizia. Manca volontà politica, comunicazione o sinergie tra i vari attori?

Manca l’ascolto. Ho avuto più relazione con il Presidente della Repubblica che con i politici sardi. Le regioni a statuto speciale come il Trentino Alto Adige e la Valle d’Aosta hanno ascoltato, contrariamente alla Sardegna che ha sprecato tanto denaro pubblico in sterili progetti green. Abito qui e nessuna istituzione locale del settore ha mai voluto un incontro, mai contattati, non esistiamo. L’assenza di relazione locale produce povertà nei territori, che non è solo povertà economica, ma anche povertà della speranza, del coraggio e della visione. Se fossi un politico andrei nella provincia più povera d’Italia, la mia del Medio Campidano, ad ascoltare le imprese, virtuose e non, per capire e partire. Nella mia regione, i nuovi governanti parlano di come spartirsi gli assessorati, ma nessuno parla di programmi, nessuno si reca sul territorio. Conoscendolo si ottimizza, si risparmia denaro pubblico e si dà più importanza alle relazioni. Contrariamente cadiamo nella piaga dell’assistenzialismo, che non è solo economico, ma impedisce lo sviluppo di idee e di visioni. Parliamoci, facciamo merenda insieme, prendiamo un tè, mangiamo una fetta di torta per confrontarci sugli ingredienti del territorio e su nuovi progetti. I bandi sono complicati e spesso non aiutano le imprese virtuose. Mi sta succedendo questo in Sardegna. Viviamo un mondo alla rovescia. Non mancano le persone, le idee, le imprese, manca ascolto e semplificazione.

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